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Parole nel vuoto

frame da "DENTRO IL VUOTO" di Gianfranco De Biasi

26/03/21

Era durante il lockdown, il primo che abbiano mai comminato a persone innocenti, a una intera, innocente, popolazione. Fu allora ― ormai fa un anno ― che Gianfranco De Biasi, un amico, un regista, stava girando il suo documentario “DENTRO IL VUOTO“, proprio con l’intenzione di registrare l’assoluta insensatezza di quelle che lui definirebbe “aggettanti” (se non peggio) restrizioni che ci stavano illegittimamente imponendo.

Mi chiese di aiutarlo, di fargli compagnia, voleva addirittura intervistarmi ― viste le mie posizioni eterodosse della primissima ora su questa esplosione antidemocratica travestita da crisi sanitaria ― sulla “pandemia“, che vedevo e vedo in maniera assai differente da quanto si vuole imporre ufficialmente.

Figuriamoci, è un caro amico, lo stimo intellettualmente e anche dal punto di vista realizzativo, mentre me lo chiedeva mi stavo allacciando le scarpe senza neanche pensarci, in un irrefrenabile moto automatico.

La situazione che vivemmo, girando per Napoli, era irreale. La metropolitana, Via Toledo, Largo di Palazzo erano vuoti, vacànti, mancava il frastuono di fondo della vita, una vita che la mia grandiosa città sperimentava inscatolata e soppressa per la prima, dolorosissima volta.

L’isolamento delle anime operato tramite i corpi che le contengono, lo spegnimento di azioni, passioni e sentimenti cadenzato dal tonfo dei nostri passi su un lungomare deserto e assolato, lo sguardo indagatore di quei pochissimi che incrociavi e che si domandavano ― cercando una risposta nei nostri occhi ― se fosse davvero la “peste” che raccontavano in televisione o no, se eravamo incoscienti, visto che ancora circolavamo impermeabili al terrore per questo sedicente morbo letale.

foto Gianfranco De Biasi

Fummo controllati mille volte, addirittura una motovedetta della Guardia di Finanza si premurò, scrutando il litorale mentre navigava a qualche centinaia di metri, di attraccare al Borgo Marinari per chiederci autorizzazioni e documenti. Il maresciallo a posteriori del controllo, una volta redatto l’ennesimo verbale che registrava i nostri dati e quello che stavamo facendo, prima di congedarsi, ci consigliò amorevolmente preoccupato di stare attenti a quella… “pestilenza” perché era “subdola“. Un omone armato, in divisa grigia e tutto terrorizzato ha un effetto devastante a guardarlo, rimasi basito.

In quei frangenti approfittai per parlare anche del mio libro guardando proprio dentro l’anamorfico di Gianfrancola Comodità era in uscita proprio a breve ― ne avevamo parlato spesso negli anni precedenti, soprattutto delle difficoltà nel trovare un editore adeguato, dell’assoluta incompatibilità del mio scritto, per tematiche e lunghezza, col mercato editoriale ma non ero pronto, mi sentivo goffo e non sapevo cosa avrei detto.

Avevamo i posti più frequentati della città tutti per noi, era incredibile restare lì, sul ponte del Castel dell’Ovo, a parlare tranquilli senza che nessuno dovesse semplicemente passare: eravamo letteralmente immersi DENTRO IL VUOTO.

Gianfranco ovviamente conosceva quello di cui avrei dovuto parlare e in teoria avrei dovuto anche io, ma per me è stata una improvvisazione impacciata e spontanea, ero sorprendentemente impreparato per la mia prima volta, ero (e resto) un principiante.

Per fortuna però, l’altro 50% dell’intervista, era realizzata da un professionista.

Ecco cosa è uscito fuori parlando del libro.

Cominciai col dire cosa rappresenta il titolo, a cosa serve e cosa sia “la Comodità“. Parlai di questo e del mio rapporto con le mascherine che, paradossalmente, ritornavano a tormentare la mia vita, e lo facevano proprio nel momento del lancio del libro che diceva anche del perché le ho indossate così a lungo.

Poi affrontai i motivi della genesi del testo, del perché sia nato e quali necessità ne hanno governato lo sviluppo: la feroce narrazione di un essere umano che si trova a pesare e conoscere impietosamente la sua essenza, i suoi immensi limiti.

Una cosa che odiavo profondamente era l’atteggiamento pietistico di quasi tutte le persone, quelle meno direttamente coinvolte o che hanno minore consapevolezza di queste condizioni, che si relazionano a chi è malato. Essere malati non è una condizione assorbente della persona, è un incidente di percorso che ha una sua rilevanza ma non sostituisce l’essere umano che eravamo prima ― pensavo spesso a “Calpesta il Paralitico” degli Skiantos.

Nei suoi tempi lunghi, Gianfranco ha recentemente pubblicato solo una sezione del suo lavoro sulle imposizioni che dicevano fossero necessarie a causa della “pandemia“, quella relativa alla pacata e bellissima intervista ad Alfonso Tortora, uno psicoterapeuta. Una sezione del lavoro che è diventata autonoma e che ha partecipato al festival del Cinema di Salerno con la sua GDSOCIALMOVIES.

Oltre ad aver partecipato a questo lavoro condividendone profondamente motivazioni e concetti, ritengo utilissimo ascoltare le precise e competenti riflessioni di Alfonso Tortora su quello che stavamo ― e che purtroppo stiamo ancora a distanza di un anno ― vivendo.

Il suo approccio è rigoroso e professionale, osserva e valuta gli accadimenti dal punto di vista della psiche di chi li vive, ne misura i possibili danni, la nuova condizione di vita imposta, l’asocialità, le dissonanze, le conseguenze profonde che implica, moltiplicati a loro volta per gli individui tutti, fino alle nostre interrelazioni ormai disfatte, digitalizzate, svanite, annichilite, svuotate.

Ancora una volta, con la nostra più profonda essenza, siamo catapultati DENTRO IL VUOTO.

Sono mesi che devo raggiungere Gianfranco nello studio di registrazione per finire la mia intervista, spero di riuscire a breve a chiudere questo ultimo pezzo che mi riguarda del documentario e oggi, che siamo vicini alla “resurrezione” e alla conclusione, comincio a provarci qui.

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Illustrazioni Federica Macera