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Resurrezione

È un pezzo solenne che c’entra con Dresda, con un musicologo che si chiamava Remo Giazotto, con Tomaso Albinoni e col barocco, arriva a me tardi, tardi sia per motivi anagrafici che interiori, ma poi finalmente ho cominciato a frequentare la musica classica.

Non amo il barocco, generalmente detesto i suoi ricami estetici, la sua ricchezza troppo rigogliosa che affolla gli occhi che mi restano accecati, proprio come quelli di un pelagico davanti un banco di alici, quando fanno il pallone. Una confusione inapprezzabile che ti satura il cuore, che però resta inconsapevole, confonde tutto, mischia mille cose, non lascia niente distinto dal tutto.

Vedo male il barocco in ogni forma espressiva a cui l’uomo abbia dato vita, dalla pittura all’architettura, dalla scultura alla letteratura, ma non lo vedo così per la musica.

In questo adagio invece, e nella sua storia controversa, io che non sono un intenditore, io impreparato quanto emozionato fruitore, io ascoltatore, riconosco la necessità di ogni singola nota, di ogni movimento, di ogni vibrazione. Nulla ribolle eccedendo la necessità espressiva, è ricco ma misurato, triste ma aperto alla vita, magnifico ed essenziale non sguaiatamente narcisista come mi appare il barocco, non è assorbito dalla sfacciata opulenza.

Ogni tanto sento il bisogno di fare conoscenza con il lascito di anime profonde come queste, un bisogno oggi più stringente, sono tempi in cui bisogna investire nella propria anima per sopravvivere. Mi è già successo, so cosa significa, so come fare e, soprattutto, conosco e coltivo la mia.

Tomaso Albinoni – Adagio in G Minor

Qualcuno la domenica di Pasqua pare sia risorto dalle tenebre in cui lo avevano relegato. Non sono credente ma ritengo che dobbiamo seguirne l’esempio, dobbiamo farlo imperativamente. Dobbiamo scostare la pietra che occlude il nostro indesiderabile sepolcro, abbiamo da restituirci la vita.

Siamo in grande vantaggio nei confronti di questo magnifico esempio, siamo vivi ― anche se ormai quasi solo in senso biologico ― non dobbiamo risorgere in senso letterale, dobbiamo solo prendere coscienza che la vita scorre ancora in noi, che questo involucro spento ancora sorregge il peso imponderabile della nostra anima.

Ritrovare la nostra umanità è l’unica opposizione efficace alla deriva che ci stanno imponendo, una deriva distruttiva della nostra essenza più autentica, di quella cosa che si appoggia ai nostri respiri materiali, alle nostra gambe stanche, alle nostra ossa, che si tiene insieme grazie ai nostri muscoli atrofizzati per un anno di vita ormai perduta, tempo in cui ci hanno detto che l’atto di respirare ― per giunta malissimo e con dei panni logori su naso e bocca ― è esso stesso sufficiente ad essere definito “vita”.

No, non lo è, non lo è mai stato e mai lo sarà.

Vi siete mai chiesti la vostra anima quanto si sia atrofizzata? Dopo un anno di baci, abbracci e compagnia menomati se non cancellati, ché anche nei modi in cui si sta insieme non c’è umanità, vi rendete conto di quello che avete accettato e, soprattutto, avete imposto a quei bambini e ragazzi?

Ascoltate musica solenne, leggete pensieri magnifici, piangete guardando un film immenso e ricordatevi perché siamo su questo mondo a faticare tanto. Casomai aveste un vuoto di memoria ve lo ricordo io: siamo qui a sudare solo per ricevere in dono quello che ci hanno negato arbitrariamente da un anno, con pretesti risibili e incoerenti, inutili, inefficaci per gli stessi scopi che ci hanno malamente illustrato.

dal film “Ordet” di Carl Theodor Dreyer, 1955 Danimarca

Mio figlio ha praticamente saltato il primo anno delle scuole medie, non vede mai i suoi amici tranne in rari casi e, quando capita, mettono le mascherine, si “distanziano”. Sono tutte cose per me assurde che devo rispettare solo perché la madre è terrorizzata dal “covid” ― mai vista persona più ligia a precetti tanto alieni sia all’efficacia pretesa quanto all’umanità, intesa nell’accezione più alta del termine.

Certo ognuno avrà la sua privazione, spesso la portano zelanti in sacrificio al “bene comune“, proprio come si portavano ad ammazzare i primogeniti in onore di quegli dei precristiani e truculenti. In base al proprio inutile e sacrilego sacrificio, si sentono legittimati addirittura a pretendere eguale slancio autolesionistico a tutti. Maledetti sadici, maledetti invasati, maledetti.

Io no, non lo farò mai.

Io non voglio sacrificare nulla, purtroppo mi costringono in qualche modo a farlo in molteplici campi, ho temuto da subito la deriva totalitarista e feroce che stiamo prendendo, in primis su quello che assai erroneamente chiamano “obbligo vaccinale“.

Non sono “vaccini“, sono “farmaci genici sperimentali“, e pretendono di proteggerci da un virus che ha una mortalità un pelino inferiore all’influenza (leggete al link), che muta a velocità vertiginose, modificando il comportamento di ogni nostra cellula. Le modifica per sempre…

Io no, non lo farò mai, preferisco morire o essere imprigionato, non è “coraggio”, è solo che la morte mi fa meno paura di questa non-vita, mi fa meno paura di vedere mio figlio doversi iniettare questo veleno.

Farò di tutto perché questo non succeda e che la civiltà sopravviva a questa barbarie disumana, in alternativa saremmo solo un ammasso di cellule e non più essere umani, non c’è scelta.



in copertina un frame dal film “Ordet” di Carl Theodor Dreyer, 1955 Danimarca

Libro "La Comodità"
illustrazioni Federica Macera

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